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L’informazione in formazione

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Riporto di seguito una relazione di sociologia realizzata nei giorni scorsi. Offre spunti di riflessioni circa il sistema informativo.

Lo studio sociologico sui mezzi di comunicazione di Merton ai giorni nostri

Quanto conta l’informazione oggi e quanto sono attuali le analisi che Robert K. Merton effettuava negli anni Cinquanta? Gli anni passano e la velocità contraddistingue lo sviluppo economico con la conseguenza che oggi, nel 2008, si è giunti ad un radicale cambiamento degli strumenti di comunicazione di massa

Nel periodo in cui Merton svolge le sue analisi il mezzo maggiormente diffuso, capace di sensibilizzare e giungere a più gente possibile, era sicuramente la radio, con un iniziale diffusione della televisione oltre che della carta stampata e del cinema. Oggi ci ritroviamo in una situazione ben differente, in cui oltre alla diffusione della radio e della carta stampata, che conosce una relativa crisi, bisogna fare i conti con una fortissima influenza della televisione e della rete internet, mezzi sempre più presenti nelle nostre abitazioni.

Ma quali sono i dati attuali? I dati presentati dal Corriere.it 3 settimane or son riportano uno studio della Banca Mondiale sul rapporto dei media nei vari paesi del mondo che evidenzia come in Italia il 96% delle persone possiede un apparecchio televisivo ed il 36,7% un personal computer. I suddetti dati, anche se minori in termini di percentuale rispetto a quelli degli altri paesi occidentali, la dicono lunga su quanto i mezzi di comunicazione di massa, sia tradizionali che tecnologici, siano presenti nelle case italiane ed estere.

Ma quale è il loro effetto su di noi, comuni telespettatori/radioascoltatori/lettoridigiornali/internauti? Merton, con una analisi che risulta molto attuale, spiegava che i mezzi di comunicazione di massa possono essere, un po’ come tutte le cose, strumenti buoni o cattivi, in relazione all’uso che se ne fa ed alla presenza di adeguati controlli. La storia, infatti, ci insegna che facilmente possono divenire pericolosi e plagiare le menti. Basti pensare a quanto accaduto nel corso della Prima Guerra mondiale, con la cosiddetta “guerra psicologica”, nata dall’esigenza, da parte dei governi, di rinsaldare lo spirito ed il morale collettivo di fronte a possibili insuccessi e di dimostrare una presunta superiorità nei confronti degli avversari o, ancora, nell’Italia fascista con la creazione di un ministero ad hoc, il Ministero della cultura popolare (Minculpop) con il compito esplicito di “orientare il pensiero del Paese”.

La storia, quindi, ci insegna che è facile manipolare le masse attraverso una falsa o distorta informazione, e sempre attraverso un’analisi storica non è difficile individuare dei forti riscontri tra quello che è stato il passato e quello che invece è il nostro presente immediato. Basti pensare a quanto accaduto nel novembre scorso o anche al ciclo elettorale che si è appena chiuso. In questi periodi le nostre case, attraverso i mezzi di comunicazione, sono state invase dalla questione “sicurezza”. Si è riaperta in campagna elettorale una caccia allo straniero, al diverso, (permettendo nelle ultime elezioni amministrative al candidato sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di rimontare lo svantaggio nei confronti dello sfidante al ballottaggio, Francesco Rutelli, che invece nel primo turno era in netto vantaggio) generalizzando episodi delinquenziali che vengono commessi anche da italiani (e magari con una crudeltà maggiore, riferendomi all’episodio dell’omicidio del giovane Tomassoli a Verona, pestato a sangue da cinque naziskin, rigorosamente ed orgogliosamente italiani)?. Ma a che pro enfatizzare solo alcune notizie? A che pro parlare dei “rumeni” solo in veste negativa, tralasciando le violenze perpetrate quotidianamente nei loro confronti, a cominciare dai luoghi del lavoro? A mio avviso l’intento è quello di nascondere o ridurre l’impatto dei problemi reali presenti (i problemi legati all’economia, che imperversano di questi tempi) e, come gli studiosi della Scuola di Francoforte ci insegnano, ricondurre tutto ad un “capro espiatorio”, qualcuno più debole, al fine di scaricare la nostra rabbia quotidiana.

L’analisi di Merton, tuttavia, permette di analizzare le varie funzioni sociali dei mezzi di comunicazione di massa.

Conferimento di uno status sociale: per Merton, infatti, lo status sociale delle persone o di qualcosa si eleva quando i mezzi di comunicazione di massa dedicano loro attenzione. Riscontri attuali sono palesabili in quello che avviene quotidianamente sui nostri media. Per non andare molto lontano basti pensare ai vari Corona/Costantino che, partendo dal nulla, si sono creati, mediante i media, uno status sociale riconosciuto dal pubblico. Questo status sociale che si viene a creare permette a “questi personaggi” di diventare dei veri e propri Re Mida, in grado di condizionare masse di persone. Quante volte capita di andare a qualche evento, che magari avremmo snobbato, per la sola “presenza di”? Che i media abbiano questo effetto, nel conferire “importanza”, lo si può riscontrare tutti i giorni, quando, magari dopo una intervista rilasciata su qualche quotidiano o testata televisiva, si è facilmente avvicinabili e riconoscibili solo per il fatto di “esser apparsi” e non per il tema affrontato.“Nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli”.

Definizione di norme sociali: la spinta dei media può diventare anche moralizzatrice, facilitando la denuncia di situazioni non conformi alla morale pubblica. Capita spesso, secondo Merton, che si trasgrediscano norme che trovano però una sorta di indulgenza in altri. Questo tollerare funziona finche non si rende necessaria una presa di posizione pubblica e, ciò che viene tollerato privatamente diviene condannato pubblicamente. Importante diventa per Merton il ruolo dei media, poiché denunciando determinate “situazioni” può mettere in allarme presunti colpevoli di atteggiamenti ritenuti devianti (ad es.: corruzione, mafia). Il fenomeno Grillo, condivisibile o meno sia nei contenuti che nei modi di fare, ha avuto il merito di riportare all’attenzione pubblica molti malcostumi italiani, di denunciarne gli illeciti avviando cosi una sorta di campagna moralizzatrice della politica che ha portato i partiti politici ad esprimersi pubblicamente nel merito e di risolvere o mostrare, di fatto, le contraddizioni presenti al loro interno. Sono tanti, i partiti, che, ad esempio, di fronte alle accuse rivoltegli da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel libro “La Casta”, hanno dovuto rivedere pubblicamente alcune posizioni in merito agli sperperi ed ai privilegi dei parlamentari. Unanime, infatti, è stato il loro coro “mediatico” nel condannare la loro situazione di privilegio, che tuttavia veniva e viene (ahinoi) tollerata nel privato.

Disfunzione narcotizzante: La rapida diffusione della comunicazione ha permesso a più persone di giungere all’informazione. Tutto questo permette al cittadino di essere informato, di sapere, di formulare critiche e di intervenire nei dibattiti dimenticando di essere partecipe attivamente alla vita sociale e politica di una comunità. E’ facile, infatti, notare persone commentare gli avvenimenti politici o sociali, dare indicazioni sulle scelte da fare, consigli, etc. che tuttavia non trovano ascolto poiché non assumono una via politica. Quante volte ci capita di criticare il sistema universitario (per fare un esempio da ricondurre alla nostra vita di studenti universitari), di denunciarne le criticità, di ipotizzare soluzioni ma di non fare nulla per poter risolvere veramente il problema? Capita spesso di incontrare, oltre che la solita gente nichilista e qualunquista, persone informate, preparate, capaci ma che preferiscono il solo osservare, senza effettivamente diventare attori di un film di cui il finale è ancora da scrivere.

Possesso e controllo: Merton pone in risalto la presenza, dietro i principali mezzi di comunicazione, di grandi imprese ed azienda commerciali, che definiscono cosa “far mangiare” al pubblico. Nel 2008, in Italia, la situazione non è per niente mutata e, proprio il mese scorso, il comico genovese Beppe Grillo, di cui sopra, ha indetto il secondo Vaffa-Day per condannare un sistema informativo non libero. Al centro delle condanne grilline vi è proprio il “Possesso/controllo” dei maggiore mezzi informativi: tre reti televisive sono nelle mani del gruppo Mediaset, nonostante una sentenza della Corte di Giustizia UE del Lussemburgo che sancisce l’illegittimità a trasmettere di una delle stesse (Rete 4), una rete (La7) è di proprietà del Gruppo Telecom Italia, e le altre tre presenti sono di una azienda pubblica statale, la RAI (nella quale è presente una logica partitocratica che permette l’attribuzione della direzione dei telegiornali, o di altri incarichi, ad emissari di partito.). Quale libertà di informazione assicura un sistema televisivo non-plurale? Soprattutto se si fa riferimento alla nuova situazione, mutata dal cambio di governo, in cui un imprenditore possessore, abusivamente, di tre reti diventa Presidente del Consiglio dei Ministri con la possibilità di controllare, salvo riforma-RAI condivisa con l’opposizione, due ulteriori reti pubbliche (solitamente una delle tre reti viene affidata all’opposizione, mentre le restanti due vengono attribuite al “governo” e “maggioranza”)? Differente, invece, è la logica che interessa i quotidiani nazionali, i cui maggiori azionisti sono grandi aziende (Fiat, Confindustria, etc.) o banche, e che quindi possono avere interessi a “disinformare” su determinate questioni nonostante, comunque, la presenza di ingenti contributi pubblici tesi ad assicurarne una presunta libertà di stampa.

Conformismo sociale: Per Merton i mezzi di comunicazione hanno una vocazione conservatrice e non provocano grossi mutamenti, bensì servono a legittimare uno status quo esistente confermando ed approvando l’attuale struttura sociale. Si ha, quindi, una spinta al conformismo sociale.

Effetti sui gusti popolari: Secondo Merton con il diffondersi dell’istruzione popolare si è verificata un apparente declino del gusto popolare. Con l’aprirsi ad un pubblico non più di nicchia i grandi mezzi di comunicazione di massa hanno iniziato ad approntare programmi, servizi, informazioni per un pubblico maggiore, molto spesso in grado solo di leggere ma di non comprendere pienamente quanto si legge. Tuttavia, secondo Merton vi è una impossibilità da parte dei mezzi di comunicazione di massa qualora intenzionati, di elevare radicalmente il livello estetico-contenutistico dei loro prodotti, poiché vi sarebbe una profonda resistenza del pubblico di massa. Se da un lato vi può essere questa impossibilità nel cambiamento, dall’altro c’è la profonda intenzionalità da parte dei mass media di sfruttare economicamente la situazione. Se questo può comportare la diffusione e lo sviluppo di tendenze conformanti, uno dei pericoli maggiori che si intravede è lo svuotamento della persona, sempre più dedita, con il sistema attuale, ad apparire più che essere. E la tv di oggi, il sistema creatosi tende ad esaltare la persona vuota ma bella, prescindendo dalla propria capacità ed intelligenza. Dietro la costruzione di un palinsesto televisivo non vi è la sola necessità di contrastare l’avversario in termini di audience e di share (la partita in Italia è giocata principalmente fra due grandi squadre: Rai e Mediaset), ma quello di operare un profondo radicamento nella gente per indurre alla “riproduzione” di quegli usi e costumi presenti in tv. Si pensi, per esempio, alle tante mode, ai tanti modelli sociali, lanciate dai nostri teleschermi, e riprodotti soprattutto dai giovani sempre più in cerca di fama, che non aspirano più ad una carriera professionale (ormai sempre più difficile per le tante insidie che il mondo lavorativo nasconde, a cominciare dalla precarietà) bensì alla possibilità di sfondare nel mondo dello show-business. Di fronte una riproduzione ed una sedimentazione di questi prodotti per i mass media fare marcia indietro, tornando su programmi culturalmente più validi, sarebbe un fallimento, o comunque non si otterrebbero risultati pari a quelli dei mediocri programmi attuali: per fare un esempio, si veda il caso Report, un programma validissimo di controinformazione e di inchiesta che, tuttavia, stenta a decollare se non tra un pubblico politicamente ed intellettualmente più attivo.

  • Propaganda per scopi sociali: Merton intende, inoltre, spiegare le condizioni che permettono, ad un determinato mezzo di comunicazione di massa, di risultare efficace nella “propaganda per scopi sociali”. Individua a tal proposito tre requisiti:
  • Monopolio: Si ottiene un monopolio quando non vi è opposizione. Tale opposizione può essere nulla sia per il controllo esercitato da uno Stato (vedi stati totalitarie), sia perché non vi è una contropropaganda sullo stesso tema da parte degli altri mezzi di comunicazione.
  • Strumentalizzazione: i mezzi di comunicazione di massa sono usati con successo per incanalare atteggiamenti fondamentali, che difficilmente gli stessi mezzi di comunicazione riescono a mutare.

Contatti personali: per giungere ad una persuasione di massa, i soli mezzi di comunicazione di massa non bastano. Si rende, per Merton, necessaria la presenza di organizzazioni locali di supporto, che vengono poi legittimate dalla rappresentanza nazionale (conferimento di uno status).

L’analisi di Merton offre spunti di riflessione ampi ed importanti che permettono di capire la struttura e la funzione di un sistema di comunicazione di massa e di rivalutarne gli aspetti che favoriscono, in un sistema libero ma al contempo regolato, il fare formazione ed informazione.

Leonardo Madio

admin @ Maggio 27, 2008

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